L'Immortale

Recensione de “L’Immortale”, il centesimo film del maestro Takashi Miike in esclusiva su Netflix

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“Fratello mio!”

Manji è un samurai che ha tradito lo shogunato e per questo braccato, con una taglia sulla testa, viene coinvolto in un combattimento nel quale vede morire di fronte ai propri occhi la giovane sorella. Dopo aver massacrato gli avversari, Manji si ritrova in punto di morte, ma una misteriosa donna appare e gli dona l’immortalità, attraverso delle sanguisughe che si rigenerano incessantemente nella sua carne. Cinquanta anni dopo questi fatti i genitori della giovanissima Rin Asano vengono uccisi da un gruppo di spadaccini chiamati “Itto ryu”, intenzionati a distruggere la scuola di samurai del padre di Rin. La ragazzina, vogliosa di vendetta, si rivolge a Manji per essere addestrata al combattimento. Manji rivedrà in lei la figura della sorella ormai perduta.

Cast: Grazie anche ad un’ottima scrittura dei personaggi, ogni singolo membro del cast è stato in grado di dare profondità e spessore al proprio personaggio, tra i quali spicca il protagonista interpretato da Takuya Kimura, ottimo nella parte del rude spadaccino Manji, che riesce addirittura a ricordare Toshiro Mifune in “Yojimbo” (1961) e in “Sanjuro” (1962) di Akira Kurosawa.

Regia: L’autore del film è il regista di culto del cinema giapponese Takashi Miike, noto per film come “Ichi the Killer” (2001) e “13 assassini”(2010), qui alle prese con la sua centesima opera. Il suo stile crudo, violento, grottesco e splatter, caratteristico delle sue pellicole, si percepisce dall’inizio alla fine, con un susseguirsi di scene di combattimento perfettamente gestiste e coreografate, tanto da far ricordare i “Wuxiapian”, noto genere cinematografico cinese incentrato sulle arti marziali. La maestria di Miike è riscontrabile fin dal prologo del film, che si apre con una memorabile scena di combattimento in bianco e nero di forte impatto visivo, in cui il protagonista sfida decine di avversari a colpi di Katana. Una scena talmente ben riuscita da poter far ricordare grandi classici del cinema giapponese diretti dal maestro Akira Kurosawa.

Commento: Presentato fuori concorso all’ultimo festival di Cannes e da poco rilasciato in esclusiva per gli abbonati Netflix, “L’immortale” è tratto dal manga giapponese “Blade of the Immortal”. Appartenente al genere “Chambara”, il filone cinematografico dedicato ai samurai, il film trova la sua forza in un lato visivo accattivante, che strizza l’occhio ai classici di Kurosawa ed al genere dei “Wuxiapian”.

Come è tipico del suo stile, la messa in scena di Miike è cruda ed allo stesso tempo efficace nel far trasparire un’atmosfera di dolore e sofferenza, che si ripercuote nell’animo dei protagonisti, costretti a vivere in un mondo nel quale regna la legge del più forte ed in cui i soprusi sono all’ordine del giorno. Una realtà dove sembra che l’unica cosa che conti davvero sia la ricerca della vendetta e dell’onore personale, ottenuto tramite la violenza che domina il mondo descritto da Miike.

Unico difetto è forse la ridondanza con la quale vengono riproposti i combattimenti che, tuttavia, grazie all’inventiva registica di Miike, non riescono mai ad annoiare, poiché ogni singolo scontro ha caratteristiche differenti l’uno dall’altro.

Una piccola perla del genere da non farsi sfuggire e consigliata soprattutto agli amanti del cinema orientale.

Voto: 7,8

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